E’ stato dato alle stampe un importante lavoro storico-letterario di Padre Michelangelo Manicone da Vico del Gargano. Il frate francescano è stato ri-raccontato per l’occasione da Giuseppe Soccio (curatore) nel volume “Michelangelo manicone – La dottrina pacifica” (Voll. 2), appena edito per i tipi delle Edizioni Nuova Prhomos (336 pagine).

Ma chi è Michelangelo Manicone?

Michelangelo Manicone (Vico del Gargano 1745 – Ischitella 1810), deve la sua fama alla Fisica Appula, trattato in cinque volumi pubblicato tra il 1806 e il 1807, in cui il frate francescano descrive l’ambiente naturale, la flora, la fauna, le produzioni agricole, l’arretratezza economica e sociale, la conformazione del territorio garganico secondo le nuove conoscenze apportate dalla rivoluzione scientifica del settecento, come la geologia, la chimica, l’igiene ambientale, la meteorologia, lo studio del clima, dei fenomeni atmosferici, delle acque, della qualità dell’aria, ecc.

Il suo è un entusiastico progetto di riforma ispirato principalmente dall’insegnamento di Antonio Genovesi e dalla sua scuola che vede nell’economia civile una proposta concreta di innovazione nell’ottica della promozione della “pubblica felicità” così come concepita dall’illuminismo italiano e, in particolare, napoletano.

La dottrina pacifica è un’opera di Michelangelo Manicone pubblicata anonima nel 1790, che segna il suo passaggio dagli interessi teologici e filosofici a quelli di natura sociale e politica che motiveranno, a loro volta, i suoi interessi scientifico- naturalistici verso un progetto riformatore.

L’opera è divisa in due tomi. Il primo è principalmente una esposizione appassionata delle tesi anticurialiste e giurisdizionaliste rappresentate soprattutto da Pietro Giannone, mentre il secondo è ispirato dalla proposizione di una nuova etica civile, fondata sulle virtù sociali, che vede nel messaggio evangelico la base di una “dottrina pacifica” tutta rivolta al bene comune.

Questa edizione anastatica è corredata dall’indice dei nomi, a conferma delle vaste letture del monacello di vico, ed è seguita da un saggio di Giuseppe Soccio che analizza il trattato in collegamento ad altri scritti di Manicone ed offre un apparato di note che rimandano alla sua convinta assimilazione dell’insegnamento di genovesi.

Grazie a Giuseppe Soccio, torna alla luce un’opera fondamentale di Manicone: La Dottrina pacifica.

di Teresa M. Rauzino

Michelangelo Manicone (Vico del Gargano 1745 – Ischitella 1810) deve la sua fama a “La Fisica Appula”, opera in cinque volumi pubblicata tra il 1806 e il 1807, in cui il frate francescano descrive l’ambiente naturale, la flora, la fauna, le produzioni agricole,  la conformazione del territorio garganico, dando dei consigli pratici per superare la sua arretratezza economica e sociale,

basandosi sulle conoscenze  della rivoluzione scientifica del Settecento. Manicone aveva già dato alle stampe i “Teoremi antropologici e antropologici-theologici”, “L’Orazione di Ringraziamento” e “La Dottrina pacifica”. Opere che ci danno preziose notizie sulla formazione e sul background della sua visione riformatrice, ispirata all’economia civile di Antonio Genovesi e dei suoi seguaci.

“La Dottrina pacifica”, pubblicata anonima nel 1790, segna il  passaggio di Manicone dagli interessi teologici e filosofici a quelli socio- politici che motiveranno i suoi interessi scientifico-naturalistici verso un originale progetto riformatore.

Giuseppe Soccio ne ha appena curato una interessante edizione anastatica in due volumi (Edizioni Nuova Prhomos, 2022, pp. 336, 326, € 30,00), con un accurato saggio critico che contestualizza il trattato con altri scritti di Manicone e alla sua convinta assimilazione dell’insegnamento di Genovesi.

Il primo tomo è  una esposizione appassionata delle tesi anticurialiste e giurisdizionaliste ispirate da Pietro Giannone, “l’infelice vittima della cabala, il martire della ragione” di cui imita l’asprezza e il sarcasmo dello stile, importanti per imporre argomenti nuovi, dirompenti e mordaci, scuotendo i “leggitori” (lettori). Sulla scorta di Giannone, Manicone demolisce l’impostura del potere temporale della Chiesa, sostenendo le tesi giurisdizionaliste ed anticurialiste che avevano trovato nel giureconsulto di Ischitella  l’esponente di maggior spicco, a cui si dovrebbe innalzare, in una delle piazze di Napoli, una statua riparatrice.

Il secondo volume si basa invece sulla nuova etica civile e sulle virtù sociali che individuano nel messaggio evangelico una “dottrina pacifica” rivolta al bene comune.

Per Manicone un modello da imitare è il parroco molisano Damiano Petrone, già citato dal Galanti come metafora del cristianesimo attivo.  In un fantasioso sogno dal sapore dantesco, raccontato nel “Trionfo del Buon Senso”,  Manicone immagina di incontrare, tra altri e più illustri personaggi, proprio questo sacerdote, che, dopo le confessioni, dava come originale penitenza ai suoi fedeli la piantumazione di alberi.

Ecco perché il paesino di Montagano era “tutto coperto di alberi e di frutti, e di un genere il più squisito”. Petrone consiglia a Manicone di dedicarsi alla scienza agraria, “sempre proficua ad una nazione” e il monacello di Vico annuncia che “si darà tutto all’agricoltura”, cercando di essere utile ai suoi concittadini.

Un po’ come Genovesi, che da metafisico era diventato “mercatante”, Manicone si dedica alle scienze naturali e, soprattutto alle tecniche per migliorare la produzione e la qualità della vita. Il suo è un entusiastico progetto di riforma ispirato dall’insegnamento di Antonio Genovesi che, partendo dall’economia civile, aveva fatto  proposte di innovazione e promozione della “pubblica felicità” auspicata dall’illuminismo italiano e, in particolare, napoletano. Il “ben essere dell’Uomo” da perseguire è il miglioramento delle condizioni di vita materiale e spirituale dell’umanità.

Manicone continua così la sua battaglia per liberare i conventi del suo “Serafico Istituto” dalla “superstizione scolastica”, dagli studi pedanti ed inutili, per promuovere discipline e pratiche volte ad apportare benefici tangibili e concreti alle popolazioni. Vuole collaborare con i governanti, riconoscendone l’autorità cui è necessario subordinare le istituzioni religiose. Manicone si conferma così un convinto assertore del giurisdizionalismo e delle istanze riformatrici dell’illuminismo.

 

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