Non è solo una questione di numeri, bilanci in rosso o fredde tabelle ministeriali. Dietro il “buco” da 369 milioni di euro che sta costringendo la Regione Puglia a una drastica sforbiciata alla rete ospedaliera, ci sono storie, territori e, soprattutto, migliaia di professionisti che ogni giorno garantiscono il diritto alla salute.
Il piano operativo 2026-2028, sollecitato con fermezza dai Ministeri di Economia e Salute, parla chiaro: per salvare i conti bisogna tagliare. La scure della Giunta Decaro si abbatterà su 18 presidi ospedalieri, pronti a essere riconvertiti o accorpati. Ma mentre la politica discute di efficienza e volumi di attività, nelle corsie degli ospedali di provincia cresce l’angoscia.
Il caso San Severo: un presidio che trema.
Uno dei punti più caldi della mappa dei tagli è senza dubbio il Foggiano, e in particolare l’ospedale di San Severo. Se la struttura dovesse subire un forte ridimensionamento o la chiusura di reparti chiave, l’impatto non sarebbe solo assistenziale per un bacino d’utenza già fragile, ma diventerebbe una vera emergenza occupazionale e sociale.
C’è una domanda che rimbalza tra i corridoi e che attende una risposta politica urgente: se chiude San Severo, che fine faranno gli oltre 300 dipendenti che ogni giorno raggiungono il presidio dai comuni limitrofi?
Parliamo di un esercito di professionisti — Medici, Infermieri, tecnici sanitari, OSS, Amministrativi e personale tecnico — che provengono in gran parte da realtà come Rignano Garganico e San Marco in Lamis. Per queste comunità, l’ospedale di San Severo non è solo un luogo di cura, ma il principale polmone occupazionale.
Pendolarismo e incertezza: quale futuro?
Spostare o “riconvertire” il personale non è un’operazione indolore su una mappa geografica. Per chi vive sul Gargano, un trasferimento forzato verso i grandi hub di Foggia o verso i nuovi ospedali in costruzione potrebbe significare ore di viaggio aggiuntive su strade spesso carenti, con un impatto devastante sulla qualità della vita e sull’organizzazione familiare.
- Quali garanzie avranno questi 300 lavoratori?
- Esiste un piano di mobilità che rispetti le loro radici territoriali?
- La riconversione in “centri di assistenza territoriale” potrà davvero assorbire l’intera forza lavoro attuale?
Una “cura da cavallo” che spaventa i territori.
La strategia regionale prevede che entro tre anni spariscano i punti nascita con meno di 500 parti e le chirurgie con pochi interventi. È la logica dei “grandi numeri” per garantire la sicurezza, dicono a Bari. Ma la sicurezza di un territorio passa anche dalla presenza costante di chi quel territorio lo conosce e lo serve da anni.
Il rischio è che, nel tentativo di tappare un buco finanziario, si apra una voragine sociale insanabile. La mobilitazione è già nell’aria: sindacati, sindaci e cittadini sono pronti a chiedere che il risanamento dei conti non avvenga sulla pelle dei lavoratori e dei pazienti della Capitanata.
