Non è solo un’inchiesta giudiziaria, è un vero e proprio scossone quello che nelle ultime ore ha colpito la provincia di Foggia, lambendo pesantemente i corridoi della tecnostruttura del capoluogo. Al centro di questo “terremoto” ci sono nomi pesanti, appalti pubblici e una montagna di contanti che profuma di scandalo.
Tutto ruota attorno a un asse che collega il mondo delle imprese alla pubblica amministrazione. Da un lato il noto costruttore Caroprese, figura di spicco dell’imprenditoria locale, dall’altro Tullio Daniele Mendolicchio, ingegnere e dirigente oggi in forza al Comune di Foggia. Ma attenzione: i fari della Procura su Mendolicchio non riguardano la sua attuale scrivania a Palazzo di Città, bensì il suo precedente incarico a San Marco in Lamis, centro che appare come uno dei fulcri dell’indagine.
L’immagine più forte di questa operazione, però, arriva dalle perquisizioni domiciliari. Mentre i militari della Guardia di Finanza passavano al setaccio abitazioni e uffici, sono entrati in azione i “cash dog”. I cani, addestrati a fiutare l’odore dell’inchiostro delle banconote, hanno portato alla scoperta di un tesoro nascosto: 700.000 euro in contanti, subito posti sotto sequestro. Una cifra enorme che, per gli inquirenti, rappresenta un tassello fondamentale per ricostruire il puzzle delle presunte mazzette o dei profitti illeciti.
Ma cosa accadeva, concretamente, nei cantieri della provincia? L’ipotesi investigativa è quella di un sistema oliato per manipolare le gare d’appalto e risparmiare sulla qualità dei lavori. Si parla di strade ammodernate solo sulla carta o impianti fognari realizzati con materiali non conformi: frodi nelle pubbliche forniture, subappalti non autorizzati e falsi in atto pubblico.
Il raggio d’azione della Finanza non si è fermato a Foggia. I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria e della Compagnia di San Severo hanno bussato alle porte di ben undici Comuni della provincia (compreso San Marco in Lamis), acquisendo una mole impressionante di documenti. Undici stazioni appaltanti i cui contratti sono ora sotto la lente d’ingrandimento per capire se e quanto il “sistema” fosse ramificato.
Al momento, restiamo nel campo delle indagini preliminari. I nomi coinvolti, nonostante il peso delle accuse, restano protetti dalla presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva. Resta però il senso di imbarazzo e la pesante ombra che questa inchiesta getta sulla gestione della cosa pubblica in una Capitanata che, ancora una volta, si scopre fragile di fronte alle tentazioni del malaffare.
