Dopo i fasti dell’ultimo lavoro, “Terra Rumeja”, e il lungo silenzio discografico che ne è seguito, durato ben quattordici anni, la formazione tradizional/popolare Festa Farina e Folk di San Marco in Lamis torna a incantarci con un nuovo lavoro inedito, uscito il 24 luglio scorso.

Una rinascita tanto auspicata quanto convincente e innovativa, che non solo ripristina quel legame interrotto, ma riconquista la scena recuperando una continuità sospesa a causa di alcune divergenze sorte all’interno della formazione e culminate con l’abbandono di Leonardo Ianzano, anche se durante questo lungo intervallo lontano dagli studi di registrazione, comunque, il gruppo non ha mai fatto mancare la propria presenza dal vivo.
Ricostituitasi su impulso di Angelo Ciavarella (mandolino) e Raffaele Nardella (tamburello e voce), unici leader storici rimasti della gloriosa sigla, la formazione si ricompatta intorno a un nuovo progetto, accogliendo nei propri ranghi alcuni giovani talenti del posto, che oltre a portare una ventata di salutare freschezza, i nuovi ingressi segnano indubbiamente quel naturale passaggio generazionale nel solco di quel percorso voluto dai fondatori: un cammino aperto e condiviso che ha sempre ispirato l’azione del gruppo sin dagli inizi.
In poco meno di mezz’ora d’ascolto, il lavoro propone nove brani che rappresentano verosimilmente le due anime della musica popolare dei Festa Farina e Folk: da una parte la tradizione, costituita dai canti popolari di San Marco in Lamis, qui riproposti con nuovi arrangiamenti; dall’altra, brani inediti firmati dal gruppo. Due approcci differenti al lessico dialettale che convergono, tuttavia, verso un unico disegno: interpretare e trasmettere quel senso di appartenenza profondamente legato alle radici. Un impegno lodevole, portato avanti intercettando nuovi stimoli nati sulla scorta di quell’incontro e dal confronto tra due generazioni, con risultati a dir poco sorprendenti.
Dai materiali tradizionali riemergono alcuni titoli già noti negli ambienti tradizionali del paese, a partire dalla rilettura de La Vadda de Stignano, ben interpretata da una Cecilia Ciavarella in stato di grazia e accompagnata dalla sola chitarra classica.
Sulla stessa linea si aggiungono Mariteme jè gghiute all’America e, soprattutto, La Pettetonna: due canti importanti nei quali le voci dialoganti di Cecilia e Francesco, unite ai virtuosismi di Francesco M. Tenace al flauto traverso e di Simone Villani alla chitarra, si intrecciano splendidamente. A completare l’organico, la sorprendente e inedita presenza della fisarmonica, affidata all’ottimo Antonio Impagliatelli e capace di arricchire ulteriormente il suono, insieme al basso di Michele Gualano e al tamburello di Michele Pompilio.
Al brano d’apertura seguono un paio di tarantelle che rinverdiscono la canzone popolare: Ce steva na vota e Futa futa la Nigghiara, quest’ultima interpretata da Sara La Porta in duetto con Raffaele Nardella. I testi sono di Antonio Rendina (1965-2008), scrittore, poeta e artista, a mio avviso i brani migliori dell’Album, le cui tracce, insieme al resto dei brani, si possono ascoltare su Spotify.
Dal racconto popolare “Lu scazzamuredde”, scritto da Raffaele Nardella e musicato da Angelo Ciavarella — la cui opera completa venne portata in scena con successo al Freak di San Marco in Lamis alcuni anni fa — vengono riproposti due frammenti significativi: La ricchezza all’assacresa e Lu Scazzamuredde, autentico recupero della memoria popolare. Due brani che mantengono intatto tutto quel fascino che esercitarono allora.
Dopo Lu Tremute (Il terremoto), in cui Raffaele, con ironia ma anche rispetto, invoca la protezione dell’Arcangelo Michele contro le calamità naturali, il lavoro si chiude con Alla lampa, il canto che dà il titolo al lavoro, scritto da Raffaele e Angelo alcuni anni fa e qui efficacemente trasformato in tarantella. Quella sequenza di parole apparentemente senza senso, quello scioglilingua penetrante, colpiscono ancora oggi all’ascolto, proprio come allora, quando il canto chiudeva i loro spettacoli giovanili.
Non secondario è il grande lavoro svolto in sala di registrazione da Angelo Gualano (Beatitudo Music Lab), così come suggestiva è l’illustrazione di copertina, che raffigura un abbraccio con la nostra amata terra del Gargano, opera di Margherita Villani. E, quasi in punta di piedi, trova spazio anche un saluto discreto e affettuoso a Teo Ciavarella, sempre nei nostri cuori.
Luigi Ciavarella
