Esistono storie che meritano di essere sottratte all’oblio per diventare patrimonio collettivo. È il caso di Domenico Rendina, un uomo che ha attraversato l’orrore del Novecento con la schiena dritta, portando con sé, al ritorno nei campi della sua Puglia, il peso di un silenzio dignitoso e il valore della libertà.
Dall’Armistizio alla prigionia: la scelta di un soldato.
Nato il 13 gennaio 1922 a San Marco in Lamis, Domenico fu chiamato alle armi nel 1940. Soldato fuciliere del 73° Reggimento Fanteria “Lombardia”, combatté sul fronte jugoslavo fino a quel fatidico 8 settembre 1943.
Dopo l’armistizio, si rifiutò di collaborare con l’esercito tedesco. La sua fermezza gli costò la libertà: fu catturato dai nazisti a Trieste il 15 settembre 1943 e deportato in Germania e Polonia come Internato Militare Italiano (IMI). Senza lo status di prigioniero di guerra, Domenico e i suoi compagni furono privati di ogni protezione internazionale, diventando forza lavoro schiavizzata per l’economia del Terzo Reich.
L’odissea nei cinque Lager.
Il suo calvario durò quasi due anni e toccò cinque diversi campi di concentramento:
- Stalag XX B (Marienburg/Malbork)
- Stalag XX B/Z Danzica-Oliwa, dove fu costretto al lavoro estenuante in una fonderia e fabbrica di tubi.
- Stalag XX B/Z Danzica-Bischofsberg
- Stalag 344 (Lamsdorf/Lambinowice)
- Stalag VIII B (Teschen), situato nella città di Cieszyn, oggi divisa tra Polonia e Repubblica Ceca.
Nonostante le angherie e la fame, Domenico ricordava con commozione l’umanità incontrata nel fango dei lager: la solidarietà delle donne polacche e cecoslovacche che, a rischio della vita, aiutavano gli internati con cibo e vestiario.

Il ritorno a San Marco in Lamis.
Liberato dall’Armata Rossa l’8 maggio 1945, iniziò un lungo viaggio verso sud. Passando per il Brennero e il centro di raccolta di Pescantina, rientrò a San Marco nell’agosto del 1945 con mezzi di fortuna. I suoi genitori, non avendo mai ricevuto corrispondenza a causa della rigida censura nazista nel Sud occupato dagli Alleati, lo riabbracciarono quasi fosse un miracolo.
Una vita dedicata alla terra e alla comunità.
Tornato alla vita civile, Domenico si dedicò con passione al suo lavoro di coltivatore diretto. Era un volto storico del mercato coperto di San Marco in Lamis, dove vendeva i frutti della sua terra.
Nonostante le atrocità subite, scelse di non gravare sui suoi cinque figli con i racconti del dolore, preferendo l’impegno attivo:
- Impegno Civile: fu consigliere comunale per il Partito Comunista negli anni ’60.
- La Memoria: fu lo storico portabandiera dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci e fiero iscritto ad ANEI e ANRP.
- L’esperienza all’estero: emigrò per un anno in Germania, nel bacino minerario della Ruhr (a Soest), dimostrando ancora una volta lo spirito di sacrificio per la propria famiglia.
La memoria che resta: il nipote Michele Ceddia a Mediaset.
Viva la memoria: Michele Ceddia racconta la storia del nonno Domenico Video | Mediaset Infinity IL VIDEO
Il ricordo di Domenico continua a vivere oggi. Suo nipote, Michele Ceddia, è stato recentemente ospite di un servizio di Mediaset per raccontare la storia del nonno, un contributo prezioso disponibile su Mediaset Infinity dal titolo: [link sospetto rimosso].
Domenico Rendina si è spento il 12 novembre 1995. Oggi, attraverso i documenti e le testimonianze, la sua figura emerge non solo come una vittima della guerra, ma come un esempio di resilienza e dignità per tutta la comunità di San Marco in Lamis.
