Egregio Direttore,
scrivo queste righe con l’amaro in bocca e un peso sul cuore che non posso più tacere. Assistiamo ogni giorno a un copione già scritto, a un teatrino in cui il costo della vita sale alle stelle, i beni essenziali diventano un lusso e le famiglie faticano a scegliere tra la spesa e il pagamento di una bolletta. E la risposta del popolo qual è? Un silenzio assordante, tombale, quasi che tutto questo ci riguardasse solo marginalmente.
Ognuno chiuso nel proprio orticello a farsi i fatti propri, dimenticando che in questo isolamento risiede la nostra più grande sconfitta. Dove sono finiti i cittadini? Non siamo forse abbastanza affamati, o siamo diventati così rassegnati da non avere più il coraggio di lottare per i nostri diritti?
I giovani, che si erano fidati di noi adulti credendo che avremmo lottato per un futuro migliore, cosa vedono oggi? Quella famosa generazione Z, spesso etichettata sbrigativamente come incapace, ha forse trovato alleati in noi? Dove siamo noi genitori? Lo abbiamo visto chiaramente in quel presidio, in quel momento straziante in cui una bambina ha pianto perché ha capito che la mamma e il papà non sapevano più come proteggerla dalle ristrettezze economiche. Abbiamo fallito di nuovo. I nostri avi, che hanno lottato per la dignità e la libertà, ci guarderebbero oggi con sconcerto e delusione per il futuro incerto che stiamo consegnando a chi nasce e ci guarda negli occhi sperando di trovare riparo da tutto.
Le grandi industrie e le multinazionali continuano a essere accontentate nei loro lucrosi scopi, mentre il popolo resta schiacciato. Ci raccontano che in Italia si sta bene, che va tutto bene, ma per quanto potremo reggere questa finzione se il silenzio è ormai radicato nel nostro DNA? Ci hanno abituati a pensare che il denaro sia l’unico metro di misura della vita, rendendoci succubi di un gioco in cui speriamo sempre nel salvatore di turno, nel “mister” che cambia la squadra a metà partita, dimenticando che la sovranità appartiene al popolo.
Dipendiamo da logiche lavorative che calpestano la dignità e il sacrificio di tanti lavoratori onesti. Molti padri e madri sono ormai disperati, schiacciati dal ricatto di chi impone il silenzio con la vecchia regola dello “schiavo, zitto e lavora”. L’omertà è diventata la nostra dottrina non scritta, ma oggi non possiamo più permetterci di restare muti mentre il futuro ci scivola tra le dita.
Restituiremo mai voce a chi non ha più la forza di parlare? Lunga vita ai giovani, quelli che non hanno paura di dire ciò che pensano e che ancora credono in un mondo più giusto.
Con amarezza ma con la speranza di un risveglio civile,
Matteo Stoduto, lettore e bracciante agricolo
