La storia di un atleta, di un uomo che ha saputo trasformare la passione per la corsa in un impegno condiviso e di una società sportiva diventata una seconda famiglia. Ma anche la storia di un’occasione mancata per San Marco in Lamis, terra di tradizioni sportive e di talenti che, ancora oggi, cercano altrove lo spazio per esprimersi.
Ci sono storie sportive che meritano di essere raccontate non soltanto per i risultati ottenuti, per i tempi registrati sul cronometro o per le gare concluse con una medaglia al collo. Sono storie che parlano di persone, di scelte, di sacrifici e di passione. Storie che, mentre celebrano il percorso di un singolo atleta, finiscono per interrogare un’intera comunità sul valore dello sport, sulla capacità di fare squadra e sulle opportunità che un territorio riesce, oppure non riesce, a offrire ai propri cittadini.
La storia di Michele De Leo appartiene a questa categoria. È la storia di un uomo che ha trovato nella corsa una nuova dimensione personale e sportiva, diventando non soltanto uno degli atleti di riferimento dell’ASD Runners San Nicandro, ma anche il presidente di una realtà che cresce grazie all’impegno, alla condivisione e alla voglia di costruire qualcosa insieme.
Eppure, dietro questa esperienza positiva, si nasconde un interrogativo che riguarda direttamente San Marco in Lamis, la sua città d’origine: com’è possibile che un territorio con una tradizione sportiva significativa e tanti appassionati non riesca a offrire una propria casa associativa a chi desidera praticare la corsa su strada?
È questo il paradosso che accompagna la vicenda di De Leo: un sammarchese che contribuisce alla crescita sportiva di un’altra comunità, mentre la sua città natale resta priva, secondo il quadro descritto, di una società dedicata al running.

Michele De Leo, quando la passione diventa una missione
Originario di San Marco in Lamis, Michele De Leo vive oggi a San Nicandro Garganico, dove, per ragioni familiari e personali, ha costruito la propria quotidianità. Qui ha trovato casa, affetti e un ambiente sportivo nel quale coltivare una passione scoperta relativamente di recente, ma diventata in poco tempo una componente importante della sua vita.
Nella professione è un sottufficiale dell’Esercito Italiano. Un ruolo che richiede disciplina, senso del dovere, capacità di affrontare le difficoltà e disponibilità al sacrificio. Qualità che, nel suo caso, sembrano aver trovato una naturale continuità anche nello sport.
La corsa, infatti, non concede scorciatoie. Richiede pazienza, allenamenti regolari, capacità di ascoltare il proprio corpo e determinazione nei momenti in cui la fatica suggerisce di rallentare. È uno sport nel quale il miglioramento nasce dalla costanza, dalla cura dei dettagli e dalla disponibilità a ripartire dopo ogni giornata difficile.
Sono principi che Michele sembra aver fatto propri, trasferendo nell’attività atletica una mentalità abituata alla preparazione e al raggiungimento degli obiettivi.
Il suo percorso dimostra come non sia necessario essere cresciuti fin da bambini sulle piste di atletica per sviluppare una passione autentica. A volte basta una scintilla, un primo allenamento, la curiosità di misurarsi con una distanza o il desiderio di migliorare il proprio benessere. Poi arrivano la continuità, gli obiettivi e la voglia di spingersi un po’ più avanti.
Per De Leo, quella scintilla si è trasformata in un impegno concreto. E i risultati non hanno tardato ad arrivare.
Trentasei minuti? No, il valore è nella costanza: 37 minuti sui dieci chilometri
Chi conosce il mondo della corsa sa che il cronometro racconta molto, ma non racconta tutto.
Chiudere una gara di dieci chilometri in circa 37 minuti significa mantenere un ritmo medio di 3 minuti e 42 secondi al chilometro. È una prestazione di assoluto rispetto nel panorama amatoriale, che presuppone allenamento, resistenza, capacità di gestire lo sforzo e una buona preparazione atletica.
Non si tratta semplicemente di correre velocemente. Significa riuscire a sostenere un’intensità elevata per tutta la distanza, controllando il ritmo e affrontando la fatica senza perdere lucidità.
Il risultato di Michele De Leo testimonia il lavoro svolto e la serietà con cui ha affrontato questa disciplina. Un percorso costruito allenamento dopo allenamento, senza che la passione si esaurisse nell’entusiasmo iniziale.
Ma sarebbe riduttivo raccontarlo soltanto attraverso i suoi tempi.
Nel running, come in ogni sport praticato con autentico spirito associativo, esiste una dimensione che supera la prestazione individuale. È quella del gruppo, della disponibilità a condividere un percorso e della capacità di mettere le proprie energie al servizio di un obiettivo comune.
Ed è proprio qui che emerge il tratto più interessante della personalità di De Leo: la capacità di tenere insieme l’ambizione dell’atleta e la responsabilità del presidente.
Il Presidente che non resta a bordo pista
Guidare una società sportiva significa occuparsi di molto più di classifiche, iscrizioni e risultati. Significa creare le condizioni perché le persone possano allenarsi, sentirsi accolte, condividere esperienze e riconoscersi in un progetto.
Significa, soprattutto, dare l’esempio.
Michele De Leo non interpreta la presidenza come un ruolo da esercitare a distanza. Corre insieme ai suoi compagni, condivide gli allenamenti, conosce la fatica che precede una gara e vive direttamente le soddisfazioni che arrivano dopo ogni traguardo.
È un modo di intendere la leadership sportiva che trova la propria forza nella partecipazione. Il presidente non è soltanto colui che organizza e coordina: è anche la persona che si mette in gioco, che comprende le difficoltà degli altri perché le affronta in prima persona e che può trasmettere motivazione attraverso il proprio comportamento.
La disponibilità verso i compagni, la presenza e la volontà di aiutare il gruppo sono gli aspetti che, secondo la testimonianza dei suoi ragazzi, rendono De Leo un punto di riferimento per i Runners San Nicandro.
In una società sportiva amatoriale, dove spesso l’attività organizzativa si regge sul tempo libero, sulla buona volontà e sull’impegno personale dei soci, questa dimensione assume un’importanza particolare.
Una squadra non cresce soltanto perché dispone di atleti veloci. Cresce quando riesce a trasformare persone diverse in una comunità, quando ciascuno trova il proprio spazio e quando la soddisfazione del singolo diventa anche quella degli altri.
Da questo punto di vista, la storia di De Leo racconta un modello di associazionismo nel quale la passione individuale si mette al servizio di un progetto collettivo.
Runners San Nicandro, una seconda famiglia
Per Michele, San Nicandro Garganico non rappresenta soltanto il luogo nel quale vive. È anche il territorio che gli ha offerto l’opportunità di inserirsi in una realtà sportiva, di coltivare la propria passione e di contribuire alla crescita di un gruppo.
L’ASD Runners San Nicandro rappresenta, in questo senso, molto più di una semplice società podistica. È uno spazio nel quale la corsa diventa occasione d’incontro, confronto e condivisione.
La dimensione associativa dello sport è spesso sottovalutata. Si tende a guardare al risultato della domenica, alla posizione in classifica o al tempo finale, dimenticando il lavoro che rende possibile ogni partecipazione: gli allenamenti condivisi, l’organizzazione, l’incoraggiamento reciproco e la disponibilità a dedicare tempo ed energie agli altri.
Eppure, sono proprio questi elementi a determinare la solidità di un gruppo.
Una società che riesce a coinvolgere i propri atleti, a valorizzarne le capacità e a creare un senso di appartenenza offre qualcosa che va oltre la pratica sportiva. Offre un ambiente nel quale le persone possono sentirsi parte di un progetto, costruire relazioni e trovare nuovi stimoli.
La crescita dei Runners San Nicandro, nel racconto che accompagna la figura del loro presidente, si inserisce in questa prospettiva. Un percorso nel quale il contributo dei singoli si intreccia con la capacità della società di rappresentare un punto di riferimento per chi ama correre.
Ed è proprio osservando questa esperienza che la vicenda di De Leo assume un significato più ampio. Perché ciò che San Nicandro è riuscita a offrire a un atleta sammarchese porta inevitabilmente a chiedersi che cosa potrebbe offrire, a sua volta, San Marco in Lamis ai propri appassionati.
Il paradosso di San Marco in Lamis: una passione senza una casa?
San Marco in Lamis vanta una tradizione sportiva e una comunità nella quale non mancano persone appassionate di attività fisica e competizione. La corsa su strada, inoltre, è una disciplina relativamente accessibile: non richiede necessariamente impianti costosi o attrezzature particolarmente complesse e può essere praticata da persone di età e livelli di preparazione differenti.
Naturalmente, una società podistica non nasce soltanto perché esistono degli appassionati. Servono persone disposte ad assumersi responsabilità, capacità organizzative, una struttura associativa, risorse adeguate e un gruppo che abbia voglia di investire nel progetto con continuità.
Tuttavia, proprio questa apparente semplicità rende ancora più significativo l’interrogativo posto dalla storia di De Leo: perché una città con una tradizione sportiva come San Marco in Lamis non riesce a esprimere una propria realtà associativa dedicata alla corsa su strada?
La questione non riguarda soltanto la presenza o l’assenza di una sigla sportiva. Riguarda la possibilità di trasformare una passione diffusa in un’opportunità concreta, organizzata e accessibile.
Un atleta che desidera allenarsi in gruppo, partecipare alle competizioni sotto i colori di una società e contribuire alla vita di un’associazione ha bisogno di trovare un ambiente nel quale farlo. Se questo ambiente non esiste sul proprio territorio, è naturale rivolgersi altrove.
È così che la mancanza di una struttura locale può tradursi in una forma di emigrazione sportiva: si continua a vivere nella propria città, ma per coltivare una passione si diventa parte di una comunità diversa.
Nel caso di De Leo, questa dinamica appare particolarmente emblematica. Un atleta originario di San Marco in Lamis ha trovato a San Nicandro Garganico lo spazio per crescere, correre e assumere un ruolo di responsabilità all’interno di una società sportiva.
Il risultato è un paradosso che merita attenzione: una comunità perde la possibilità di valorizzare direttamente una parte delle proprie energie sportive, mentre un’altra riesce ad accoglierle e a trasformarle in una risorsa.
Sarebbe però sbagliato interpretare questa vicenda come una contrapposizione tra le due città. San Nicandro Garganico non ha sottratto nulla a San Marco in Lamis: ha offerto a un appassionato un contesto nel quale esprimersi. Ed è proprio questo il merito che va riconosciuto alla società sportiva.
Il punto, semmai, è capire perché un’esperienza analoga non possa trovare spazio anche nella città d’origine di tanti potenziali runner.
L’emigrazione sportiva: quando il talento cerca opportunità altrove
Il termine emigrazione sportiva può sembrare eccessivo quando si parla di corsa amatoriale. Eppure, descrive efficacemente un fenomeno che può verificarsi in numerose discipline: quando mancano strutture, società organizzate o opportunità adeguate, gli atleti cercano altrove ciò che non riescono a trovare nel proprio territorio.
Non sempre si tratta di professionisti o di giovani promesse. Talvolta sono semplicemente persone che desiderano allenarsi con regolarità, confrontarsi con altri atleti e partecipare alle gare all’interno di un gruppo.
La differenza tra praticare uno sport individualmente e farlo all’interno di una società può essere considerevole. Un gruppo offre motivazione, continuità, occasioni di confronto e un riferimento organizzativo. Aiuta a mantenere gli impegni, favorisce la condivisione delle esperienze e rende più semplice affrontare le difficoltà.
Per una disciplina come la corsa su strada, questi aspetti possono rappresentare una leva importante per coinvolgere nuovi praticanti e consolidare quelli già presenti.
Quando una città non riesce a costruire questa rete, il rischio è che le energie individuali rimangano disperse. Gli appassionati continuano a correre, magari con ottimi risultati, ma senza una realtà locale capace di riunirli e rappresentarli.
Non si può affermare, sulla base della sola vicenda di De Leo, che tutti i runner sammarchesi siano costretti a rivolgersi ad altre città o che manchino completamente iniziative informali dedicate alla corsa. È però legittimo interrogarsi sulle conseguenze dell’assenza di una società podistica locale strutturata, qualora questa situazione venga confermata.
Il talento, infatti, non ha bisogno soltanto di capacità individuali. Ha bisogno anche di occasioni per crescere.
E un territorio che non riesce a offrire tali occasioni rischia di lasciare ad altri il compito di valorizzare persone che sono nate, cresciute o si sono formate al suo interno.
San Marco in Lamis e l’occasione di ripartire
La vicenda di Michele De Leo può essere letta anche come uno stimolo costruttivo. Non necessariamente una critica rivolta a qualcuno, ma un invito a riflettere su ciò che una comunità potrebbe realizzare mettendo insieme le proprie risorse.
Avviare una società di running non significa necessariamente costruire da zero una grande organizzazione o inseguire immediatamente risultati agonistici di rilievo. Potrebbe significare, innanzitutto, riunire le persone interessate alla corsa, capire quanti siano gli appassionati presenti sul territorio e verificare la disponibilità di chi vorrebbe contribuire a un progetto comune.
Un primo passo potrebbe essere la costituzione di un gruppo informale di allenamento, con appuntamenti regolari e percorsi condivisi. Successivamente, se esistessero le condizioni e la partecipazione necessaria, si potrebbe valutare la nascita di un’associazione sportiva dilettantistica, dotata di una struttura organizzativa adeguata e in grado di partecipare alle competizioni.
Fondamentale sarebbe il coinvolgimento delle persone che già conoscono il mondo della corsa, degli atleti con esperienza e di chi dispone delle competenze necessarie per organizzare un’attività associativa.
Anche le istituzioni locali e le altre realtà sportive del territorio potrebbero contribuire, favorendo occasioni di incontro, iniziative di promozione dell’attività fisica e forme di collaborazione compatibili con le rispettive possibilità.
Una società podistica, inoltre, potrebbe rivolgersi non soltanto agli atleti più veloci. Potrebbe accogliere chi vuole iniziare a correre, chi desidera migliorare la propria preparazione, chi cerca un’attività da praticare in compagnia e chi vuole semplicemente riscoprire il piacere del movimento.
La vera sfida sarebbe costruire una comunità sportiva capace di durare nel tempo, senza dipendere esclusivamente dall’entusiasmo iniziale di pochi volontari.
Per riuscirci servirebbero organizzazione, partecipazione e continuità. Ma soprattutto la consapevolezza che lo sport di base non è un elemento secondario della vita cittadina: è un’occasione di socialità, benessere e valorizzazione delle persone.
Un presidente, due comunità e una domanda aperta
La storia di Michele De Leo mette in relazione due territori del Gargano attraverso una passione comune. Da una parte San Marco in Lamis, la città delle sue origini; dall’altra San Nicandro Garganico, il luogo nel quale ha costruito la propria vita e trovato una famiglia sportiva.
In mezzo c’è la corsa, con la sua capacità di abbattere le distanze e creare legami che non dipendono dal luogo di nascita.
De Leo rappresenta un esempio di come un atleta possa crescere grazie alla costanza personale e, allo stesso tempo, contribuire alla crescita di una società. Il suo valore non si esaurisce nel tempo di circa 37 minuti sui dieci chilometri, per quanto significativo, ma si manifesta anche nel ruolo che ricopre all’interno del gruppo e nella disponibilità con cui condivide il proprio percorso.
È questo il tratto che rende interessante la figura del Presidente che corre: una persona che non separa la responsabilità organizzativa dalla partecipazione diretta, che non si limita a indicare una strada ma continua a percorrerla insieme ai propri compagni.
La sua esperienza dimostra quanto possa essere importante incontrare un ambiente capace di accogliere e valorizzare una passione.
Ed è proprio qui che torna la domanda rivolta a San Marco in Lamis. Se esistono atleti, appassionati e persone disposte a impegnarsi, perché non provare a costruire anche in città una realtà dedicata al running?
La risposta non può essere affidata soltanto alle istituzioni, né può essere considerata responsabilità esclusiva di una singola persona. Un’associazione sportiva nasce quando qualcuno decide di mettersi in gioco, trova altre persone disposte a collaborare e trasforma un’intenzione in un progetto concreto.
Forse è da qui che potrebbe partire una nuova stagione per la corsa sammarchese.
Il traguardo più importante è quello che si costruisce insieme
Ogni gara insegna che il traguardo non è soltanto una linea da superare. È il risultato di un percorso fatto di preparazione, rinunce, tentativi e perseveranza. Vale per l’atleta che affronta dieci chilometri cercando di migliorare il proprio tempo, ma vale anche per una comunità che vuole dare forma a un progetto sportivo.
I Runners San Nicandro, attraverso la figura del loro presidente, raccontano una realtà nella quale la passione individuale può diventare un’esperienza collettiva. San Marco in Lamis, invece, è chiamata a interrogarsi sulle opportunità che potrebbe offrire ai propri appassionati e sulla possibilità di trasformare un vuoto organizzativo in una nuova occasione di partecipazione.
Non si tratta di mettere in discussione i meriti di chi ha saputo costruire altrove una realtà sportiva. Al contrario, proprio quell’esperienza può diventare uno stimolo per immaginare nuove possibilità anche nel luogo d’origine.
Perché il successo di Michele De Leo è una bella storia personale, ma il suo significato più profondo potrebbe andare oltre la sua vicenda individuale.
Potrebbe diventare l’occasione per riscoprire il valore dello sport di base, per mettere in rete persone che condividono la stessa passione e per dimostrare che anche una disciplina apparentemente semplice come la corsa può contribuire a rafforzare il senso di appartenenza a una comunità.
Il paradosso di San Marco in Lamis, dunque, non dovrebbe trasformarsi in una sterile polemica. Dovrebbe diventare una domanda capace di generare iniziative: che cosa manca davvero per far nascere una società di running? E chi è disposto a fare il primo passo?
Michele De Leo, intanto, continua a correre. Corre per migliorarsi, corre insieme ai suoi compagni e contribuisce a guidare una società nella quale ha trovato una seconda famiglia.
A San Marco in Lamis resta una sfida aperta: fare in modo che, un giorno, chi ama la corsa non debba necessariamente guardare altrove per trovare una maglia da indossare, un gruppo con cui allenarsi e una comunità sportiva da rappresentare.
Perché il traguardo più importante, in fondo, non è sempre quello raggiunto da un singolo atleta. A volte è quello che un’intera città riesce finalmente a costruire insieme.
