C’è una voce, nel panorama letterario sammarchese e garganico, che non ha mai smesso di risuonare con una forza disarmante: è quella di Francesco Paolo Borazio. Nato a San Marco in Lamis nel 1918 e scomparso precocemente nel 1953, Borazio rappresenta un caso unico di intellettuale autodidatta, capace di trasformare le fatiche quotidiane — lo spaccapietre, l’imbianchino — in materia poetica di altissimo valore.
Se la sua figura resta oggi un punto fermo della cultura locale, è soprattutto grazie alla sua opera più iconica: “Lu Trajone”. Ma cosa rende questo poemetto così speciale da affascinare, ancora oggi, lettori di ogni età?

La vita come “cantiere” poetico.
La biografia di Borazio è la storia di una resistenza intellettuale. Segnato dagli orrori della Seconda Guerra Mondiale e dalla malattia, Borazio non ebbe accesso ai circoli accademici, ma costruì la sua formazione sui classici. Le sue letture — dall’Orlando Furioso ai poeti dialettali — furono il nutrimento che gli permise di declinare il dialetto non solo come lingua dell’uso quotidiano, ma come strumento letterario capace di sostenere trame epiche.
“Lu Trajone”: tra fiaba e satira sociale.
Composto nel 1949, Lu Trajone è un poemetto eroicomico che affonda le radici nella tradizione orale, ma che si stacca da essa per la sua complessità strutturale.
Perché continua ad affascinare grandi e piccoli?
- La chiave narrativa (per i più piccoli): il drago è una figura archetipica potente. La storia del mostro che minaccia il territorio cattura l’immaginazione infantile, offrendo una narrazione avventurosa dove il coraggio e la risoluzione dei conflitti sono al centro della scena.
- La sottile ironia (per gli adulti): ad un secondo livello di lettura, il Trajone diventa una satira tagliente. Borazio inserisce episodi di cronaca locale e riferimenti alla società del suo tempo, rendendo l’opera uno specchio ironico delle dinamiche umane e comunali. È un’opera che “fa l’occhiolino” al lettore colto, citando i grandi della letteratura con umiltà e sfrontatezza.
- Il vigore del dialetto: la lingua di Borazio non è un dialetto chiuso o provinciale. Come intuirono critici del calibro di Francesco Sabatini e lo stesso Pier Paolo Pasolini, il dialetto di Borazio è universale. La sua capacità di piegare il dialetto sammarchese a esigenze metriche complesse senza perdere il calore dell’oralità rende i suoi versi ancora moderni e vibranti.
L’eredità di un gigante discreto.
Il fascino di Borazio risiede nell’autenticità: egli non ha mai cercato la gloria, ma ha trovato nella scrittura una forma di salvezza interiore. La sua produzione, raccolta postuma grazie all’impegno di chi ne ha compreso subito il valore — come nell’opera La preta favedda — rimane una testimonianza fondamentale di come la cultura, anche nelle condizioni più difficili, possa fiorire e lasciare un segno indelebile.
Oggi, rileggere Lu Trajone significa riscoprire una parte profonda della nostra identità garganica: una terra che, proprio come il protagonista di Borazio, sa essere favolosa, aspra, ironica e, in ultima analisi, immortale.
