Se pensiamo alla nascita del Neorealismo italiano, i primi nomi che balzano alla mente sono quelli di Rossellini, De Sica o Visconti. Eppure, all’origine di questa rivoluzione estetica c’è la figura monumentale e spesso sottovalutata di Francesco De Robertis.
Ufficiale di Marina prestato alla macchina da presa, De Robertis non è stato solo un documentarista bellico, ma l’uomo che ha insegnato al cinema italiano a guardare la realtà dritto negli occhi, senza il filtro della finzione scenica.
Tra l’Accademia Navale e il palcoscenico.

Nato nel 1902 a San Marco in Lamis, nel cuore del Gargano, De Robertis visse una doppia vita professionale. Da un lato, la solida carriera militare iniziata a 15 anni nell’Accademia Navale di Livorno; dall’altro, un’irrequieta passione per il teatro e la scrittura.
La svolta avviene nel 1938 quando, rientrato in servizio attivo, viene nominato direttore del Centro Cinematografico del Ministero della Marina. Qui, il Capitano di corvetta capisce che per raccontare la vita in mare non servono attori famosi, ma i volti segnati dal sale degli stessi marinai.
Il “maestro” di Rossellini e il neorealismo involontario.
Il contributo di De Robertis alla storia del cinema è cristallizzato in due momenti chiave:
- La supervisione de La nave bianca (1941): è qui che De Robertis collabora con un giovane Roberto Rossellini. L’uso di attori non professionisti e l’ambientazione reale su una nave ospedale gettarono le basi per quello che sarebbe diventato il cinema della verità.
- Il capolavoro Uomini sul fondo (1941): il film, che narra il salvataggio di un sommergibile, è un miracolo di tensione e realismo. Per la prima volta, la retorica bellica dell’epoca lasciava spazio alla quotidianità dei gesti tecnici e all’umanità dei protagonisti.
“De Robertis non cercava la recitazione, cercava la presenza. I suoi marinai non interpretavano un ruolo: vivevano la loro funzione davanti all’obiettivo.”
Gli anni del Dopoguerra: tra avventura e Hollywood.
Dopo la parentesi complessa e discussa del Cinevillaggio a Venezia durante gli anni della RSI, De Robertis continuò la sua carriera nel dopoguerra, adattandosi ai tempi che cambiavano.
Se i suoi primi lavori erano improntati al rigore quasi documentaristico, negli anni ’50 si concesse toni più spettacolari e d’avventura, influenzati dai moduli del cinema hollywoodiano. Film come I sette dell’Orsa maggiore e Mizar (Sabotaggio in mare) restano esempi eccellenti di cinema di genere, capaci di unire l’azione pura alla profonda conoscenza tecnica degli ambienti marini.
Filmografia essenziale.
Per riscoprire il genio di De Robertis, ecco i titoli imperdibili:
| Anno | Titolo | Importanza |
| 1941 | Uomini sul fondo | Il manifesto del suo stile realista. |
| 1941 | La nave bianca | Scritto da lui, diretto da Rossellini. |
| 1942 | Alfa Tau! | Un caposaldo del cinema bellico italiano. |
| 1953 | I sette dell’Orsa maggiore | Grande successo di pubblico sull’eroismo subacqueo. |
L’Eredità.
Francesco De Robertis si spegne a Roma nel 1959, lasciando un’eredità tecnica immensa. Fu lui a lanciare Mario Bava (che curò la fotografia di molti suoi film), futuro maestro dell’horror, e a dimostrare che il rigore militare poteva trasformarsi in rigore estetico.
Oggi, riscoprire De Robertis significa rendere giustizia a un pioniere che ha saputo filmare l’uomo comune nel bel mezzo della tempesta, rendendolo, per la prima volta, l’unico vero protagonista della storia.
