Immagina di arrivare a San Marco in Lamis nei giorni di Pasqua: non troverai solo una celebrazione religiosa, ma un intero paese che cambia pelle, avvolto in un’atmosfera che sa di legno vecchio, resina e attesa.
Tutto inizia a farsi serio il Giovedì Santo. È una serata strana, sospesa. Le chiese si riempiono per la visita ai “Sepolcri”, ma non c’è tristezza cupa, c’è piuttosto un senso di comunità. Le persone camminano di chiesa in chiesa, fermandosi davanti agli altari addobbati con i germogli di grano pallido, cresciuti al buio, che sembrano quasi fili di seta. È il momento dell’intimità.
Ma è il Venerdì Santo che San Marco mostra il suo doppio volto, ed è qualcosa che ti resta dentro.
Si comincia che è ancora notte, verso le cinque e mezza del mattino. L’aria è gelida, come spesso accade sul Gargano, e nel silenzio totale senti solo il fruscio dei passi e il canto struggente del Miserere. È la processione dell’Addolorata che “cerca” il Figlio. È un momento nudo, senza fronzoli, dove vedi la devozione più pura negli occhi della gente che segue la statua della Madonna nel buio dell’alba.
Poi, durante il giorno, il paese si trasforma in un cantiere a cielo aperto. Ovunque vedi uomini e ragazzi indaffarati attorno alle Fracchie. Sono queste enormi torce di legno, a forma di imbuto, che sembrano dei giganti sdraiati sui carrelli di ferro. C’è un fermento incredibile: si caricano le fascine, si tirano i cerchi di metallo, si prepara la legna perché “deve bruciare bene”.
Quando cala il sole, il Venerdì cambia faccia. Quello che era silenzio all’alba diventa il crepitio furioso del fuoco. Le Fracchie vengono accese e inizia la parata: immagina questi colossi di fuoco, lunghi anche dieci metri, che vengono trainati a braccia tra le case. Il calore è fortissimo, le scintille volano ovunque e l’odore di fumo ti impregna i vestiti. È uno spettacolo primordiale. Dietro questo muro di fiamme, torna a sfilare la Madonna, stavolta circondata da una folla immensa. È come se il fuoco servisse a scaldare il dolore di quella madre e a illuminarle la strada.
Il Sabato è il giorno della pausa, del fiato sospeso. È il giorno in cui nelle cucine si sprigiona un profumo pazzesco: quello del Propato. È un tarallo dolce gigante, scuro, pieno di spezie e miele. Non c’è casa a San Marco che non ne abbia uno pronto. È il profumo della festa che sta per tornare.
E infine arriva la Domenica. Le campane, che erano rimaste mute per giorni, iniziano a suonare a festa tutte insieme. La tristezza del Venerdì è sparita. Ci si ritrova a tavola per rompere le Scarcelle, quei dolci di frolla con l’uovo sodo sopra, e si festeggia la vita che ricomincia.
Vivere la Pasqua qui è come fare un viaggio nel tempo: passi dal buio profondo dell’alba di venerdì alla luce accecante delle fracchie la sera, per finire con la dolcezza dei sapori della domenica. È un’esperienza che ti scuote, perché senti che ogni pezzo di legno bruciato e ogni canto intonato appartiene alla pelle di chi vive in questo angolo di Gargano.
