Il Gargano continua a restituire tracce preziose del suo passato più remoto. Una nuova ricerca accademica accende i riflettori sull’arte rupestre del territorio, proponendo una lettura innovativa che va oltre il semplice valore estetico delle raffigurazioni preistoriche.
La tesi, sviluppata nell’ambito del Corso di Laurea Magistrale in Archeologia e presentata presso l’Università degli Studi di Ferrara, affronta lo studio dell’arte rupestre post-paleolitica nel Gargano meridionale, concentrandosi in particolare sulle valli del Sorbo, Salerno e Granara, nel territorio di San Giovanni Rotondo.
Un traguardo accademico e umano.
A conseguire la laurea è stato Severino Stea, docente a San Marco in Lamis e grande appassionato di archeologia, da anni impegnato nello studio e nella valorizzazione del territorio garganico.

Stea sarà anche tra i relatori principali del Convegno Nazionale su “Grotta Paglicci – Bene dell’Umanità”, che avrà luogo a Rignano Garganico il 23 maggio 2026.

Il suo percorso di ricerca è anche una storia di esplorazione e dedizione: Stea ha infatti attraversato il Gargano in lungo e in largo insieme all’archeologo Mario Fabbri (nella foto di apertura), scomparso di recente, con il quale ha condiviso anni di attività sul campo. Un lavoro paziente che ha portato alla scoperta e alla segnalazione di grotte, graffiti e pitture parietali risalenti al Paleolitico, al Neolitico e all’età dei metalli.
Un patrimonio nascosto tra le valli del Gargano.
I siti oggetto della ricerca rappresentano contesti di straordinario valore storico e culturale, individuati proprio grazie al lavoro sul campo di Mario Fabbri e Severino Stea. Luoghi spesso poco conosciuti, ma capaci di raccontare una storia millenaria incisa nella roccia.
Le pitture e le incisioni rupestri analizzate risalgono a un arco temporale compreso tra il Neolitico finale e l’Età del Bronzo, un periodo cruciale per l’evoluzione delle prime comunità organizzate.
Arte rupestre: non solo immagini, ma linguaggio.
Uno degli aspetti più innovativi dello studio è l’interpretazione dell’arte rupestre come un vero e proprio linguaggio territoriale. Non semplici decorazioni, ma strumenti di comunicazione e di costruzione identitaria.
Le rappresentazioni, realizzate prevalentemente in ocra rossa, raffigurano:
- figure antropomorfe
- motivi geometrici
- simboli solari
Elementi che rimandano a pratiche cultuali e rituali, probabilmente legate ai cicli naturali, alla fertilità e alla relazione tra uomo e ambiente.
Un dialogo tra uomo, paesaggio e spiritualità.
L’analisi non si limita alle singole immagini, ma propone una lettura integrata che mette in relazione arte, geologia e dinamiche insediative. Le valli del Sorbo, Salerno e Granara emergono così come un sistema unitario di luoghi di culto e di passaggio.
In questo contesto, l’arte rupestre diventa uno strumento per:
- organizzare lo spazio
- attribuire significato al paesaggio
- segnare percorsi legati alla mobilità pastorale
Un vero e proprio dialogo tra uomo e natura, in cui il territorio si trasforma in spazio simbolico.
Il confronto con il Mediterraneo.
La ricerca si basa su rilievi diretti, documentazione fotografica e confronti con altri complessi rupestri dell’Italia centro-settentrionale e meridionale, fino ad arrivare alla Penisola Iberica.
Questo approccio comparativo consente di inserire il Gargano in un più ampio quadro mediterraneo, evidenziando affinità culturali e simboliche tra popolazioni lontane ma unite da pratiche e visioni del mondo simili.
Nuove tecnologie per la tutela del passato.
Un altro elemento centrale dello studio riguarda le prospettive future di ricerca e valorizzazione. L’impiego di tecniche avanzate, come:
- rilievi tridimensionali
- analisi dei pigmenti
potrà migliorare la documentazione e la conservazione di questi siti, spesso fragili e poco protetti.
Un patrimonio da riscoprire.
L’arte rupestre del Gargano si conferma così parte integrante del paesaggio culturale mediterraneo, un patrimonio ancora in parte inesplorato ma ricco di potenzialità.

Questa ricerca non solo contribuisce ad ampliare le conoscenze archeologiche, ma racconta anche una storia fatta di passione, studio e legame con il territorio. Quella di Severino Stea, che attraverso il suo lavoro restituisce voce alle pietre antiche del Gargano, riportando alla luce un patrimonio che appartiene a tutti.


